martedì 17 marzo 2015

CORCIANO - Il Castello della Pieve del Vescovo (II^ parte)

. . . per 30 fiorini, 100 tordi e un calcinaio (1 giugno 1472)

Appunti per uno studio cronologico delle fasi costruttive e delle vicende storiche del complesso monumentale oggi denominato “Il Castello della Pieve del Vescovo” in Corciano dalle sue origini  sino alla fine del XVI° secolo.
Dal 1390
Riprendiamo ora il nostro discorso proprio da quel documento già citato, redatto dai priori di Perugia in data 26 ottobre 1390, in cui si nomina ser Pucciero “Retulani” castellano della struttura, affiancandogli undici soldati. Quindi dalla morte del Bontempi il castello viene utilizzato come presidio militare e forse in modo maldestro se, nei primi mesi del 1394, una quindicina di uomini provenienti da Capocavallo e Cenerente lo occupano. Non è dato conoscere la motivazione, certo è che il vescovo Agostino Cacciaguerri (1390-1404) non se ne interessa; al contrario la mediazione per la restituzione del fortilizio è condotta da Biordo Michelotti, Signore di Perugia (sino al 1398). 
Dei successivi vescovi Edoardo Michelotti (1404-1411) e Antonio Michelotti (1412-1434) non abbiamo notizie correlate all’uso della Pieve. 
Del resto in questo periodo vi è una grande confusione nel governo di Perugia così che, dopo la morte di Biordo Michelotti (1398), i Raspanti offrirono la signoria della Città a Gian Galeazzo Visconti,  morto nel 1402. Dal 1403 Perugia torna ad essere soggetta al papa Bonifacio IX finché Braccio da Montone non vi entrò vittorioso nel 1416. Durante la sua signoria non privilegiò nessuna delle varie fazioni. Solo alla sua morte nel 1424, i becherini  presero il sopravvento con l’appoggio del papa Martino V. 
Papa Eugenio IV ( 1431 - 1447), che gli succede, nomina Andrea Giovanni Baglioni (1435-1449) vescovo di Perugia, trovando in questi un ottimo collaboratore nell’opera di restaurazione morale delle comunità religiose. Il Baglioni infatti:
- provvede a sostituire i monaci cluniacensi dell’abbazia di S. Pietro con i Benedettini della Congregazione di S. Giustina di Padova; 
- contribuisce alle spese per la costruzione della chiesa cattedrale partecipando alla posa della prima pietra nel 1439; 
- fa realizzare la porta di accesso alla Chiesa della Pieve di S. Giovanni con due eleganti battenti lignei in cui fa scolpire il suo stemma nei riquadri superiori. 
Dopo mezzo secolo sembrerebbe che la dimora estiva riprenda vita ponendo fine all’uso militare della stessa.

Alla morte del vescovo Baglioni, papa Niccolò V nomina vescovo di Perugia Giacomo Vannucci (1449 – 1487), originario di Cortona, personaggio di notevole spessore politico, sociale, religioso, culturale e artistico. A lui prestano attenzione e fanno riferimento durante la sua vita di prelato (trentotto anni) cinque papi: Niccolò V, Callisto III, Pio II, Paolo II e Sisto IV.
E’ in questo periodo che si da un forte impulso alle attività agricole nei poderi  che appartengono alla Pieve. Lo testimoniano la costruzione di quattro casali all’esterno di essa, mentre all’interno fa eseguire una serie di lavori di restauro, di  ristrutturazione e forse di nuova costruzione.
Le opere di ristrutturazione riguardano l’innalzamento di un piano dell’antico palazzo vescovile, il completamento della chiesa così come oggi la vediamo e altri due piani al di sopra di questa. In particolare ne cura la decorazione del prospetto che dava sul primo cortile e di queste ne rimangono tracce leggibili. Cura altresì la decorazione degli ambienti interni con fregi affrescati di notevole qualità che sono stati messi in luce in occasione del consolidamento delle volte nelle tre stanze che si affacciano verso est. Così si è scoperto che la ristrutturazione successiva eseguita nella seconda metà del cinquecento ricorre all’ispessimento delle murature d’ambito, probabilmente per migliorarne l’efficienza statica, ma occultando preziose decorazioni, tenendo in debito conto la competenza artistica del Vannucci. Tra gli stemmi che si vedono a mezzo nei fregi compare l’albero dei Della Rovere, forse fatto eseguire in omaggio al pontefice Sisto IV che lo teneva in grande considerazione e fiducia (fig. 1). Un approfondimento su tutte queste decorazioni merita di essere condotto così come si reputa urgente un intervento per il loro restauro affinché non abbiano a subire danni irreparabili.

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fig. 1
Si pensa di assegnare all’azione di rinnovamento del Vannucci anche la costruzione del corpo di fabbrica che si addossa alle mura verso ovest che chiamiamo del Lupo. In alto, poco visibile, v’è infatti incastrato nel prospetto est lo stemma in pietra del Vannucci (fig. 2).   

Dal 1482 vi si trasferisce in sede stabile sia per tirarsi fuori dalle continue guerre tra le famiglie perugine a quel tempo, sia per esercitare un maggior controllo delle produzioni agricole.


martedì 10 marzo 2015

CORCIANO - Il Castello della Pieve del Vescovo (I^ parte)

FORSE L’ACQUA . . . oppure il FUOCO.

Appunti per uno studio cronologico delle fasi costruttive e delle vicende storiche del complesso monumentale oggi denominato “Il Castello della Pieve del Vescovo” in Corciano dalle sue origini  sino alla fine del XVI° secolo.

Nella stesura di questi appunti seguiremo due percorsi nel tempo. Il primo a ritroso dal 1390 alle origini, il secondo  a partire dal 1435, con il Vescovo Giovanni Baglioni, fino al 1553 con il Vescovo Fulvio della Corgna.
Perché parliamo di appunti? 
V’è stata occasione fin dall’anno 2001 di procedere alla realizzazione, per stralci esecutivi, di progetti finalizzati a restaurare il complesso  monumentale a cura della Scuola Edile di Perugia  che lo detiene in comodato d’uso. Ogni progetto certamente teneva conto delle esigenze formative per l’insegnamento dell’attività di restauro ma, allo stesso tempo, diventava l’occasione per approfondire la conoscenza storica dell’edificio indagando sulle testimonianze materiali sia strutturali che decorative. 
In seguito nel 2003, sotto l’impulso del Presidente della Scuola Edile di Perugia, si dette inizio ad una approfondita ricerca documentaria e  archivistica che unita ad alcuni saggi interpretativi relativi a complesso monumentale furono pubblicati nel volume “PIEVE DEL VESCOVO, Una residenza fortificata nel territorio di Perugia” (Edilprom 2003). 
Oggi, a distanza di un decennio, ulteriori indizi sono emersi che vanno ad arricchire la nostra conoscenza e vogliamo esplicitarli affinché offrano spazio a temi di approfondimento che, come vedremo, si presentano numerosi.
Ecco il perché degli appunti: molti saranno i punti di domanda e questi saranno legati in particolare alla personalità dei vescovi che hanno scelto la Pieve come luogo di soggiorno. I vescovi di cui tratteremo, in ordine cronologico sono: 
Andrea Bontempi (1354-1390); 
Andrea Giovanni Baglioni (1435-1449); 
Giacomo Vannucci (1457-1487); 
Juan Lopez (1492-1501);
Fulvio della Corgna (1550–1553)

Nel testo che segue non si evidenzieranno note . . . 

Dalle origini al 1390 

Andrea Bontempi,
Vescovo di Perugia dal 1354 al 1390.
Nato a Perugia nel 1326, addottorato in diritto canonico nello Studio di Perugia, è consacrato vescovo di Perugia dal papa Innocenzo VI con bolla del 4 maggio 1354 concedendo allo stesso la dispensa dall’età minima. Aveva infatti appena ventotto anni. 
Siamo nel periodo della cosiddetta cattività Avignonese. A Innocenzo VI, che aveva incaricato il Cardinale Egidio Albornoz di restaurare l’autorità papale nei territori della chiesa (Romagna, Marche, Umbria e Lazio) occupati e gestiti in autonomia da diversi signori locali, succede Urbano V il quale, nel Luglio del 1369, lanciò l’interdetto sulla città di Perugia ordinando allo stesso tempo al Bontempi di abbandonare la città con tutto il clero e gli ordini religiosi.
Lo stesso Urbano V nominò come suo vicario a Perugia Gérard du Puy (detto Monmaggiore o peggio, nequissimo nerone), il quale fece costruire dal Gattapone due fortezze, una a Porta Sole, l’altra a Porta S. Antonio
Il vescovo Bontempi, in seguito proponendo ai magistrati perugini di trattare con il papa la fine della guerra, ne ottiene l’autorizzazione a raggiungerlo a Roma. La sua mediazione fu ampiamente apprezzata ottenendo per sé il titolo di Cardinale e per il popolo perugino la stipula degli accordi di pace e proprio al popolo il pontefice Urbano VI si rimette, fidando nella loro buona volontà (1° nov. 1370). Urbano VI, ratifica il trattato di pace nei primi giorni del 1379 e subito dopo delega al Bontempi il potere di assolvere formalmente la città di Perugia dall'interdetto e i cittadini dalla scomunica.
E’ in questi anni che l’Albornoz, con l’aiuto dell’architetto eugubino Matteo Gattapone, aveva avviato un progetto  di costruzione ovvero ristrutturazione di fortificazioni per esercitare un miglior controllo dei territori della chiesa con presidi militari. Non ne abbiamo la certezza ma sembrerebbe ovvio che l’edificazione del castello nel luogo della Plebs Sancti Johannis appartenesse a questo preciso programma essendo un punto di snodo strategico verso i territori della toscana.
Lo schema rettangolare i cui vertici sono segnati da alte torri nella Rocca di Spoleto sembra qui replicato, inglobando la più antica struttura delle pieve. E se la costruzione della Rocca di Spoleto avviene a partire dal 1359, mentre il completamento è del 1370 potremmo ipotizzare che il castello della Pieve è stato edificato a partire dal 1379, data della ratifica del trattato di pace, e portato a termine intorno al 1390. Infatti ciò è attestato da un documento, redatto dai priori di Perugia in data 26 ottobre 1390, in cui si nomina ser Pucciero “Retulani” castellano della struttura.
Sembrerebbe che sia il Bontempi il primo vescovo ad utilizzare l’antica struttura plebana come soggiorno estivo e dobbiamo presumere proprio nell’intervallo temporale che va dal suo ritorno da Roma  alla data della sua morte.
Assumeremo proprio questa data, 1390, che corrisponde ad una struttura  architettonica ancor oggi perfettamente leggibile e quasi integra, come elemento di riferimento per cercare di capire cosa c’era prima del castello.

Se esaminiamo la pianta del castello riscontriamo una irregolarità nell’orientamento delle strutture murarie che definiscono il castello rispetto a quelle dell’interno, queste ultime evidenziate in rosso (fig. 1). Dunque nella definizione della pianta del castello qualche cosa della primitiva plebs deve essere stata recuperata.

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fig. 1
Si tratta principalmente:
del perimetro murario A-B-C;
del portale d’ingresso I;
del pozzo P

A questi elementi occorre aggiungerne altri due assolutamente ipotetici. Il primo riguarda due allineamenti murari segnati con la lettera “m”, il secondo riguarda il prospetto della chiesa che, nella posizione attuale, concorde con l’orientamento delle mura del castello non ci fornisce elementi certi riguardanti la sua posizione originaria. La natura delle pietre che ne costituiscono il portale d’ingresso  (fig. 2) e parte del paramento adiacente aggiungono ulteriori dubbi. Tuttavia potrebbe essere stato proprio l’orientamento della chiesa ed il recupero dell’originario prospetto a determinare il tracciamento del perimetro del castello come si evince dal disegno planimetrico.

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fig. 2
In primo luogo esaminiamo il prospetto B-C. 
Non siamo certi rispetto al numero dei piani del palazzo vescovile a quel tempo, propendiamo per due in riferimento al cortile interno. Piano terra e piano nobile. Forse vi era anche un piano seminterrato . La visione di questo prospetto è oggi falsata dalle ristrutturazioni avvenute nei secoli successivi (fig. 3).

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fig. 3
Avviate una serie di indagini per comprendere come operare, nella prospettiva di un restauro di questo cortile interno, è venuta alla luce una decorazione (fig. 4)  che sembra si estendesse all’intera superficie del prospetto. Ma un’altra particolarità la rende ancora più interessante in quanto la decorazione risulta del tutto identica a quella esistente nell’ex dormitorio del Palazzo dei Priori a Perugia realizzato intorno all’anno 1322  e con qualche variazione del tutto irrilevante nella “stanza della badessa”  nel monastero di S. Giuliana sempre a Perugia .
Che la decorazione si estendesse verso sinistra è evidente, ma che fosse estesa probabilmente al’intera facciata lo si vede dall’emergere velato del rosso  dei gigli e delle rose (fig. 5).

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fig. 4

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fig. 5
Si può dunque trarre una prima conclusione, ovverosia che all’interno dell’antica Plebs Sancti Johannis infra montis  esisteva tra i pochi edifici uno di particolare rilevanza che doveva essere mantenuto e che questo, oltre a testimoniare e giustificare un piccolo nucleo abitativo in prossimità, citato come Villa Plebis infra muntes, corrispondesse alla residenza estiva del Vescovo. 
La datazione della decorazione fissata al 1322, sia pure in modo approssimativo, è abbondantemente precedente al periodo in cui il Vescovo Andrea Bontempi ne ricoprì la carica (1354 – 1390) . 
Un esempio simile di nuova edificazione su preesistenze lo troviamo nella pianta della Castellina di Norcia, dove nella regolarità del nuovo impianto del Palazzo fortificato si conservano le vecchie strutture del Palazzo del Capitano del Popolo (fig. 6 - da inserire).

Altro elemento di similitudine lo troviamo nella  Pieve S. Quirico, per quanto a nostra conoscenza, tutt’ora abbastanza integro per dare un’idea di come doveva essere in antico. Gli elementi corrispondono anche se diversamente distribuiti. Il palazzo a tre piani di cui uno seminterrato, comunque munito di feritoie di difesa, e accesso all’esterno dov’è ubicato il pozzo; le stalle e il forno; la corte e la chiesa, a cui si può accedere dall’esterno, che chiude la cinta fortificata con accanto alla porta d’ingresso, ne rimangono soltanto tracce, una torre di difesa in seguito innalzata e trasformata in campanile (fig. 7 - da inserire). 
Ora esaminiamo il portale d’ingresso
Esso si trova oggi all’interno della struttura del castello, ma è evidente che costituisse l’ingresso principale di una più antica residenza fortificata: la plebs Sancti Johannis. 
La quota d’imposta del portale corrisponde al livello del cortile interno e l’eventuale scalinata che precedeva l’ingresso ovvero la conformazione naturale del terreno è stata modificata riportando il raccordo dei due livelli all’interno (fig. 8).

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fig. 8
A questo punto dobbiamo esaminare un altro elemento molto particolare. Parliamo del pozzo. Non si ha notizia alcuna in merito alla sua realizzazione. Nella speranza che nel tempo si possa trovare una qualche documentazione attendibile dobbiamo fare alcune ipotesi.

La plebs Sancti Iohannis inter montes e la villa plebis infra muntes sono così citate rispettivamente in atti rispettivamente del 1029 (atto di donazione da parte di Ugo di Alberico all’Abbazia di Farfa) e del 1258, quando il sindaco della piccola comunità, Guglielmo “donne Beneaudite” giura di esercitare la carica davanti al  podestà. Da ciò si deduce che la comunità, anche se rivestisse una natura semplicemente servile in funzione della Pieve, dovesse essere dotata di un pozzo. Quale pozzo? Quello esistente attualmente all’interno del primo cortile? Se così fosse si spiegherebbero facilmente le modalità di innesto della nuova struttura del castello a pianta quadrangolare, che doveva tener conto sia del palazzo vescovile, sia del pozzo,  portandolo all’interno, e dell’orientamento est-ovest  della pianta quadrilatera della struttura fortificata.
Il castello è connotato dalle quattro torri ai vertici del quadrilatero, dal portale di accesso a ovest adiacente alla torre angolare, dall’uscita segreta disposta in posizione antisimmetrica rispetto all’ingresso principale, dal trabocchetto, un artificio diabolico che si serve del pozzo come mezzo per liberarsi dal nemico che insegue. Al trabocchetto si accede esattamente qualche metro sotto il livello del  primo cortile e proprio in corrispondenza dell’ingresso della Chiesa. Quindi la vera del pozzo in origine poteva essere ad un livello diverso dall’attuale in rapporto all’utilità della sua acqua per la villa plebis e la plebs Sancti Johannis ovvero per la specialità della sua acqua, che in periodo più antico si riferiva forse ad un culto pagano, sostituito con l’avvento del cristianesimo dal culto di S. Giovanni Battista. Un esempio noto è la chiesa di S. Giovanni Batttista a Marsala, costruita sopra l’antro della Sibilla Lilibetana. 

Forse l’acqua dunque, oppure il fuoco, simbolo del sole –“le fiamme disegnano nell’aria la scia di promesse d’amore e di fortuna”- facevano di questo luogo il punto di raccolta naturale del contado.
Il più basso dei colli è stato all’inizio soltanto paesaggio sacro, poi luogo prescelto per un piccolo santuario ed infine Pieve. 

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Graffito nascosto











mercoledì 17 dicembre 2014

Biriwa (Ghana, Central Region)


Paesaggio - 3

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E lalba, un piccolo villaggio di pescatori si nasconde tra le palme e così anche parte delle barche, trascinate sulla sabbia la sera. Durante il giorno serviranno ai vecchi pescatori come laboratorio per revisionare le reti e cucirne gli strappi, riparandosi dal sole con tende variamente colorate, che il vento accarezza insieme alle bandiere.



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Le altre barche riposano al largo, al di là delle onde che si rifrangono sugli scogli.
Sono a Biriwa, nella regione centrale del Ghana. Nella mia prima passeggiata mattutina mi dirigo verso Forte William, volevo e speravo di raggiungerlo camminando lungo la costa, ma avrei dovuto attraversare il villaggio. La sola idea di farlo mi blocca e poi a quellora quando ognuno provvede alle pulizie personali, ai propri bisogni. Mi è capitato di sorprendere qualcuno dietro uno scoglio intento a scavare una buca nella sabbia. Si perché è così che si fa, lungo la battigia. La buca non va coperta per facilitare lazione depuratrice del mare, ma anche perché possa essere evitata da altri.
Comunque questo non è il solo motivo del mio blocco, non lavrei attraversato a qualsiasi ora del giorno .
Ho ricordato due definizioni di paesaggio:


Per lo vano di una finestra, e per qualunque altra apertura di lor capriccio, mostrare una lontananza di paesaggio in isfuggita…”


Aspetto del paese, campagna con monti,fiumi alberi, ecc.

domenica 2 novembre 2014

Mozia - (Marsala)

Paesaggio - 2

fev

In un amplesso di marine e cieli
di miti di leggende e di colori,
un'amaca s'intreccia all'orizzonte
e culla il sole.

Mollemente la bruma scende e avvela
i ruderi, le spiagge e le saline
lenta tra i pini coi mulini sfuma
Motya fenicia.

Giovanni Angileri

mercoledì 14 maggio 2014

S. Apollinare (Marsciano)

Paesaggio - 1

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Per Lui, il colono che vi abitava, la Palazzetta era un punto di vista privilegiato. La Palazzetta era in realtà soltanto una torre colombaia. Di buon mattino, all’uscita della sua casa,  poteva sostare un attimo a contemplare il paesaggio, sempre mutevole secondo le stagioni. In primo piano la Rocca ed il Castello di S. Apollinare, poi da ovest verso est Monte Petriolo, Cibottola, Monte Vibiano vecchio e Mercatello posate sulla cima di morbide colline; quindi la valle in piano, bipartita dalle sinuose curve del Nestore, accompagnato da salici a destra e a manca e tratteggiato, a volte, dal volo dall’airone bianco.
Punto di vista privilegiato, come abbiamo detto, perché situato più in alto della Badia e del Castello, aperto a centottanta gradi, vi si vede l’alba dar luce ai variegati verdi dell’olivo, dei pini e delle querce ed il tramonto, con i suoi sfondi rossi, disegnare una processione di neri cipressi sul crinale dove, nascosta, v’è la piccola chiesa di S. Lucia.
Qui il paesaggio naturale abbraccia il paesaggio agrario che, con le sue modificazioni estetiche dovute all’attività creatrice dell’età comunale, induce la meraviglia dei campi squadrati, dei filari bene allineati, delle sapienti sistemazioni di pianura e di collina.

La contemplazione, che congiunge il finito e l’infinito, fa vivere come infinito l’istante fuggitivo del tempo, l’attimo del colono, schiude la piccolezza del luogo al di là dei suoi limiti, sino a fare di essa una manifestazione dell’infinito. Così noi, se solo avessimo quell’attimo per contemplare questo paesaggio con l’animo del poeta sicuramente non vorremmo che fosse giammai altrimenti.

femventura

mercoledì 9 aprile 2014

Berlino - Nefertiti

La prigione di Nefertiti

- 14 Marzo 1997 -
Da Roma a Berlino, con tappa a  Stoccarda, poco  meno  di tre ore. Roma sotto il sole,  Berlino  sotto  una coltre di nubi, il tono è grigio.
Berlino è stupenda! Così dicono tutti.
Il  mio non è un viaggio di piacere, il tempo per  vedere qualcosa di stupendo saranno ritagli, fortuna la Domenica di  mezzo.
Già la Domenica. La dedicherò alla "bella che viene da lontano"; da lontanissimo visto che si trova qui . . . a Berlino.

- 16 marzo 1997 -
Metropolitana da Wittenbergplatz a Sophie-Charlotteplatz, poi una  passeggiata, al fresco del mattino, lungo Schloss-Strasse  e quindi subito dentro l'Agyptisches Museum per ammirare Nefertiti.

Lei,  chiusa in una gabbia di vetro dentro una  stanza  buia, testimone  delle innumerevoli esclamazioni di chi le  gira intorno,  sembra dire sommessa:"bella lo ero, per il mio  Akena­ton,  che  mi  vedeva alla luce del sole e della  luna. Qui senza un occhio  e  l'altro  secco  per  lacrime esaurite, io la  regina, per  compiacenza, vi mostro appena,lieve, un sorriso”.
Sotto il colore, pietra calcarea intri­sa di tristezza.

Questo è l’edificio dove Nefertii sconterà la pena dell’ergastolo in eterno.



Follia!

venerdì 19 luglio 2013

Lisbona, la Fontana del Re





CHAFARIZ  D'EL REY
EDIFICADO NO SECULO XIII
FOI REFORMADO PELO REI D. DINIS
RECONSTRUIDO NO ANO DE 1747
REPARADO DEPOIS DE 1755
E MELHORADO NOS MEADOS
DO SECULO XIX

   Ai piedi dell'Alfama, nella città di Lisbona, questa iscrizione ci rappresenta quasi sei secoli di storia riguardanti la "fontana del Re": edificata, ristrutturata, ricostruita, riparata e perfino migliorata.
Della fontana del XIII° secolo  cosa è rimasto? Forse nulla. Di quella ricostruita nel 1747  cosa è stato riparato? I miglioramenti apportati nella metà del secolo XIX° in cosa consistono? Migliorare vuol significare forse, anticipando i tempi, valorizzare?
La confusione  dei termini è grande, da ciò la necessità di esplicitarne il significato già nelle premesse della Carta del restauro. Leggendo rapidamente il significato dei termini notiamo che la conservazione è l’insieme degli atti di prevenzione e salvaguardia, la prevenzione è l’insieme degli atti di conservazione, la salvaguardia è qualsiasi intervento conservativo e preventivo. Ogni termine torna utile a spiegare gli altri. Il significato di manutenzione è tanto chiaro quanto l’importanza correntemente disattesa. Ultimo  termine il restauro. Ma potrà mai darsi una definizione stabile e definitiva del restauro?
TANTA EST FALLACIA TECTI”, così si legge in una xilografia degli “Emblemas morales” di Sebastiàn de Covarrubias Orozco (1610)[1]; “grande è l’inganno dell’edificio”, questi è il labirinto che ha rappresentato per l’uomo dapprima l’idea di ambiguità, difficoltà, intrico; basti ricordare infatti il mito di Arianna, Teseo e il Minotauro. Nel tempo, il labirinto, quando lo si rappresenta nelle pavimentazioni delle cattedrali compare come le spire del demonio da cui rifuggire oppure come un percorso di espiazione da seguire. Bene! Il restauro è anch’esso un labirinto in cui avventurarsi, dove sarà facile sperimentare continuamente un senso di smarrimento, la tentazione e la voglia di uscirne oppure, se non si è entrati con il trucco del filo, rassegnarsi a proseguire … per tentativi…
Ma, al di là, di tutte le definizioni, necessariamente sintetiche, che i Vocabolari possono darci, se ci prendesse la voglia di addentrarsi, solo per poco, nella letteratura specifica non otterremmo risultati migliori. Gustavo Giovannoni (1873-1947) schematizzava le operazioni del restauro architettonico come manutenzione, innovazione, liberazione, consolidamento, reintegrazione … e così via, potrebbe essere un riferimento concreto, come dire, una base di partenza. E  ripescando l’assioma di Adolphe Diderot - “En fait de monuments anciens mieux consolider che réparer ; mieux réparer que restaurer ; mieux restaurer que refaire ; mieux refaire qu’embellir ; en aucun cas, il ne faut rien ajouter, sourtout rien rentrancher » - tradotto di fatto nel primo punto della mozione di Camillo Boito, approvata nel III congresso degli ingegneri e architetti del 1883 – “ I monumenti architettonici, quando sia dimostrata incontrastabilmente la necessità di porvi mano, devono piuttosto venire consolidati che riparati, piuttosto riparati che restaurati, evitando in essi con ogni studio le aggiunte e le rinnovazioni.” – che significa in parole semplici conservare attraverso la pratica della manutenzione innanzitutto, poi … il restauro come ultimo atto di supremo sacrificio … e poi ancora … come scriveva in una circolare del 1849 il ministro francese Faloux rivolgendosi ai ricostruttori di Cattedrali: “il restaurare deve considerarsi pur sempre una triste necessità”, allora cominciamo a comprendere che non sarà facile schematizzare, né definire cos’è il restauro e per estremizzare potremmo chiudere qui il nostro discorso citando Ruskin ”… non parliamo di restauro. La cosa è di per se stessa una menzogna… E’ impossibile così come resuscitare i morti, il restauro di ciò che fu grande e bello in architettura …”[2]

L’attività di restauro tuttavia è continuata nel tempo e la definizione del termine si è man mano articolata:
·        "Carta  del '72"  - "qualsiasi intervento volto a mantenere  in efficienza, a facilitare la lettura, a trasmettere  integralmente al  futuro  le  opere".
·        “Carta ’87 - qualsiasi intervento che, nel rispetto dei principi della conservazione e sulla base di previe indagini conoscitive di ogni tipo, sia rivolto a restituire all'oggetto, nei limiti del possibile, la relativa leggibilità e, ove occorra, l'uso;
Per arrivare alla definizione dettata all’art. 212, comma 3, di cui al Titolo XIII, Capo I del Regolamento di attuazione della Legge quadro in materia di lavori pubblici 11 febbraio 1994, n. 109, e successive modificazioni:
·        Il restauro consiste in una serie organica di operazioni tecniche specifiche indirizzate alla tutela e valorizzazione dei caratteri storico-artistici dei beni culturali e alla conservazione della loro consistenza materiale.
Noi ne suggeriamo una ulteriore, forse catturata in parte in qualche lettura o discorso, che tutti coinvolge archivista, storico, architetto, storico dell’arte, ingegnere, restauratore, muratore etc. e il manufatto:
·        Il restauro è un'attività complessa di continua speculazione umanistica e sperimentazione tecnico-manuale in rapporto con la materia; non inerte, ma intesa poeticamente come dotata di spirito allo stato preistorico.



[1] Tr.:  grande è l’inganno dell’edificio – in Maria Reviglio della Venaria – Il Labirinto – ed. Polistampa, 1998
[2] I. Ruskin, Seven lamps of architecture, London  1849