venerdì 19 luglio 2013

Lisbona, la Fontana del Re





CHAFARIZ  D'EL REY
EDIFICADO NO SECULO XIII
FOI REFORMADO PELO REI D. DINIS
RECONSTRUIDO NO ANO DE 1747
REPARADO DEPOIS DE 1755
E MELHORADO NOS MEADOS
DO SECULO XIX

   Ai piedi dell'Alfama, nella città di Lisbona, questa iscrizione ci rappresenta quasi sei secoli di storia riguardanti la "fontana del Re": edificata, ristrutturata, ricostruita, riparata e perfino migliorata.
Della fontana del XIII° secolo  cosa è rimasto? Forse nulla. Di quella ricostruita nel 1747  cosa è stato riparato? I miglioramenti apportati nella metà del secolo XIX° in cosa consistono? Migliorare vuol significare forse, anticipando i tempi, valorizzare?
La confusione  dei termini è grande, da ciò la necessità di esplicitarne il significato già nelle premesse della Carta del restauro. Leggendo rapidamente il significato dei termini notiamo che la conservazione è l’insieme degli atti di prevenzione e salvaguardia, la prevenzione è l’insieme degli atti di conservazione, la salvaguardia è qualsiasi intervento conservativo e preventivo. Ogni termine torna utile a spiegare gli altri. Il significato di manutenzione è tanto chiaro quanto l’importanza correntemente disattesa. Ultimo  termine il restauro. Ma potrà mai darsi una definizione stabile e definitiva del restauro?
TANTA EST FALLACIA TECTI”, così si legge in una xilografia degli “Emblemas morales” di Sebastiàn de Covarrubias Orozco (1610)[1]; “grande è l’inganno dell’edificio”, questi è il labirinto che ha rappresentato per l’uomo dapprima l’idea di ambiguità, difficoltà, intrico; basti ricordare infatti il mito di Arianna, Teseo e il Minotauro. Nel tempo, il labirinto, quando lo si rappresenta nelle pavimentazioni delle cattedrali compare come le spire del demonio da cui rifuggire oppure come un percorso di espiazione da seguire. Bene! Il restauro è anch’esso un labirinto in cui avventurarsi, dove sarà facile sperimentare continuamente un senso di smarrimento, la tentazione e la voglia di uscirne oppure, se non si è entrati con il trucco del filo, rassegnarsi a proseguire … per tentativi…
Ma, al di là, di tutte le definizioni, necessariamente sintetiche, che i Vocabolari possono darci, se ci prendesse la voglia di addentrarsi, solo per poco, nella letteratura specifica non otterremmo risultati migliori. Gustavo Giovannoni (1873-1947) schematizzava le operazioni del restauro architettonico come manutenzione, innovazione, liberazione, consolidamento, reintegrazione … e così via, potrebbe essere un riferimento concreto, come dire, una base di partenza. E  ripescando l’assioma di Adolphe Diderot - “En fait de monuments anciens mieux consolider che réparer ; mieux réparer que restaurer ; mieux restaurer que refaire ; mieux refaire qu’embellir ; en aucun cas, il ne faut rien ajouter, sourtout rien rentrancher » - tradotto di fatto nel primo punto della mozione di Camillo Boito, approvata nel III congresso degli ingegneri e architetti del 1883 – “ I monumenti architettonici, quando sia dimostrata incontrastabilmente la necessità di porvi mano, devono piuttosto venire consolidati che riparati, piuttosto riparati che restaurati, evitando in essi con ogni studio le aggiunte e le rinnovazioni.” – che significa in parole semplici conservare attraverso la pratica della manutenzione innanzitutto, poi … il restauro come ultimo atto di supremo sacrificio … e poi ancora … come scriveva in una circolare del 1849 il ministro francese Faloux rivolgendosi ai ricostruttori di Cattedrali: “il restaurare deve considerarsi pur sempre una triste necessità”, allora cominciamo a comprendere che non sarà facile schematizzare, né definire cos’è il restauro e per estremizzare potremmo chiudere qui il nostro discorso citando Ruskin ”… non parliamo di restauro. La cosa è di per se stessa una menzogna… E’ impossibile così come resuscitare i morti, il restauro di ciò che fu grande e bello in architettura …”[2]

L’attività di restauro tuttavia è continuata nel tempo e la definizione del termine si è man mano articolata:
·        "Carta  del '72"  - "qualsiasi intervento volto a mantenere  in efficienza, a facilitare la lettura, a trasmettere  integralmente al  futuro  le  opere".
·        “Carta ’87 - qualsiasi intervento che, nel rispetto dei principi della conservazione e sulla base di previe indagini conoscitive di ogni tipo, sia rivolto a restituire all'oggetto, nei limiti del possibile, la relativa leggibilità e, ove occorra, l'uso;
Per arrivare alla definizione dettata all’art. 212, comma 3, di cui al Titolo XIII, Capo I del Regolamento di attuazione della Legge quadro in materia di lavori pubblici 11 febbraio 1994, n. 109, e successive modificazioni:
·        Il restauro consiste in una serie organica di operazioni tecniche specifiche indirizzate alla tutela e valorizzazione dei caratteri storico-artistici dei beni culturali e alla conservazione della loro consistenza materiale.
Noi ne suggeriamo una ulteriore, forse catturata in parte in qualche lettura o discorso, che tutti coinvolge archivista, storico, architetto, storico dell’arte, ingegnere, restauratore, muratore etc. e il manufatto:
·        Il restauro è un'attività complessa di continua speculazione umanistica e sperimentazione tecnico-manuale in rapporto con la materia; non inerte, ma intesa poeticamente come dotata di spirito allo stato preistorico.



[1] Tr.:  grande è l’inganno dell’edificio – in Maria Reviglio della Venaria – Il Labirinto – ed. Polistampa, 1998
[2] I. Ruskin, Seven lamps of architecture, London  1849

domenica 21 aprile 2013

Villa Palagonia


Palermo – Bagheria – Villa Palagonia 


E finalmente anche io mi accingo a visitare la Villa di Palagonia, un piccolo parco dei divertimenti barocco, dove cento stravaganti folletti di pietra si atteggiano e si mettono in posa affinché tu sia costretto a fotografarli. Goethe nel 1787 ne è infastidito, eppure si affanna a catalogare tutte quelle assurdità statuarie per dichiarare poi di aver perduto un’intera giornata.
Oggi, posso dire ... che qualche fastidio anch'io l'ho avuto: dietro quei folletti di pietra altri mostri di pietra, abusivi e pretenziosi, impressionavano, nel vero senso della parola, la mia pellicola fotografica.















Lascio i folletti ed entro nella Villa. Nell’ingresso tre portali e, al di sopra delle architravi, si possono leggere i seguenti testi, in ordine da sinistra a destra:  

Cangiò l'antica interior struttura 
al gusto di una moderna architettura.  


Salvador Gravina primo di questo nome Principe di Palagonia 
fratello del fu' Francesco Ferdinando fondatore di questi singolari ornamenti. 

Specchiati in quei cristalli e nell'istessa magnificenza singolar, 
contempla di fralezza mortal l'imago espressa.   


All'interno ho ammirato quel finto marmo fatto di vetro dipinto dal di dietro e poi gli specchi a soffitto, che idea! Che effetto! Immagino, la sera, le fiamme dei candelieri che vi si riflettono e giri di valzer con la testa in su', brindisi con coppe colme di vino, ancora con la testa in su',  quindi il rimirarsi ... sempre con la testa in su', fino a librarsi in volo … le gambe non servono più. 
Di nuovo fuori e qui il giardiniere irrispettoso affida la custodia delle sue scarpe ad un cavaliere di pietra, con le gambe mozze.
Follia.




martedì 1 gennaio 2013

Bamako - Mali


L’asino indolente

As-salatu jay-run mina n-nawn … La ilaha illa llah …, il grido del muezzin fende l’aria, dall’alto del minareto, chiamando i fedeli alla prima preghiera. E’ l’alba del mio primo soggiorno a Bamako, non avevo pensato all’inutilità della sveglia. Le palpebre sono ancora pesanti, mi affaccio alla finestra della mia camera d’albergo. Guardo lontano. Un'ordinata distesa di piccole nuvole grigie sembrano galleggiare sopra la sterminata periferia della città, il sole ancora non restituisce i colori. Guardo in basso, la strada e i suoi bordi in terra. Da un lato un asino, fermo, sembra dormire, dall’altro due coppie di mendicanti, a due a due, un vecchio e un bambino, con l’attrezzatura per la questua, un bastone per il vecchio, una “buatta” per il bambino.


Nei due giorni successivi tutto si è ripetuto, il richiamo alla preghiera, le nuvole, l’asino, i mendicanti e le visite presso i Centri Salute della città. 
Accompagno infatti una delegazione che vuole rendersi conto delle necessità di queste strutture sanitarie in merito alle attrezzature.
In ogni centro ci accolgono con sorrisi di speranza, ci fanno visitare i vari reparti: le anguste sale d’attesa poco illuminate, gli ambulatori e le sale di degenza; quindi ci si riunisce nell’ufficio del Direttore Sanitario per redigere l’elenco delle attrezzature di cui hanno bisogno ed infine tutti fuori nel piazzale per la foto di rito.

As-salatu jay-run mina n-nawn … La ilaha illa llah …, è il terzo risveglio al grido del muezzin. In posizione di partenza la doppia coppia di mendicanti; fermo sul ciglio della strada l’asino. Al contrario dei suoi simili intenti a tirare carretti stracarichi di spazzatura, continuamente battuti, e con la pelle scorticata dal bastone brandito dai ragazzi che li conducono, Lui sembrava non aver padrone. Tutti i giorni va avanti ed indietro sui bordi della strada, sa attraversarla anche in pieno traffico, a volte si rotola per terra, mangia di tanto in tanto la poca erba che trova lungo i bordi dei muri, spesso riposa. Mai visto nessuno tormentarlo.  

Mi torna in mente una delle favole di G. E. Lessing (favola n.10 del secondo libro, Sellerio editore Palermo):

Gli asini si lagnavano presso Giove affinché proibisse agli uomini di trattarli crudelmente, anche se – gli dicevano - noi vogliamo servirli, giacché sembrerebbe che tu ci abbia creato per questo e Giove rispose che la richiesta non era affatto infondata, ma che non vedeva la possibilità di convincere gli uomini … piuttosto per alleviare la loro sorte gli avrebbe ispessito la pelle.


L’indolente asino di Bamako ha deciso comunque di non servirli . . . mai . . . più.