sabato 5 novembre 2016

TERREMOTO_NORCIA_OTTOBRE 2016

Tempo fa scrissi un articolo riguardante in particolare il Campanile della Basilica di S. Pietro in Perugia richiamando nelle premesse una breve storia di torri e campanili. Il titolo e relativo sottotitolo erano:
Il Campanile di S. Pietro 
(L’angelo e il diavolo)
L'articolo si concludeva per l'appunto con quello della Chiesa di S. Salvatore nella frazione di Campi, Comune di Norcia. Lo richiamo oggi alla memoria perché se ne conservi la memoria.

Campanile della Basilica di S. Pietro in Perugia (Fig.6)
Storie di torri e/o campanili

Campanile, parola di origine italiana ma di uso internazionale per identificare un manufatto a forma di torre terminante con una cuspide a punta verso il cielo: una sfida ? o … un’indicazione? 
Si potrebbe dire il reciproco di un pozzo. Il pozzo  materiale “a togliere”, il campanile “a mettere”. Se si confronta il campanile di S. Pietro con il pozzo della Sapienza, all’altro capo della città. L’analisi strutturale dei due manufatti mostra analogie sorprendenti: fusto poligonale, coronamento di beccatelli, copertura emergente e leggera, marchingegno oscillante nella parte alta …  . Con la differenza che uno è convesso e l’altro concavo, l’uno s’innalza e l’altro sprofonda. Il pozzo è acqua e terra, il campanile è la pietra e il cielo. L’acqua chiama le folgori, simbolo del fuoco. Due opposti. Un po’ come un diavolo e un angelo, l’uno dell’altro custode e prigioniero. Fabbriche, dunque, entrambe, di simbologia forte, si direbbero quasi estreme, dotate di drammaticità. Costruzioni che nessun Maestro ha mai affrontato senza timore. 
Pensate alle vicissitudini del campanile di S. Marco dove per l’imperizia di maestranze che praticando una breccia nel muro, profonda per oltre due terzi dello spessore, laddove era stato eseguito un consolidamento già nel 1745 per i danni causati da un fulmine, ne determinarono il crollo (14 Luglio 1902). 
E a quelle ancor più tragiche della Torre di Pisa, iniziata nel 1173 e completata nel 1360, improntate al conflitto senza fine con la portanza del substrato di fondazione. 
O, ancora, al campanile di Burano (fig. 1) col suo contorno di case basse che si esibiscono nei colori della festa, mentre si ingaggia una folle corsa ad impedirne il crollo con l’aiuto di pali-tiranti nascosti nelle mura che lo tengono in equilibrio.

Fig. 1
Nessuno corre invece per la torre di Vernazzano, Tuoro sul Trasimeno (fig. 2), e lenta è la sua agonia. Soltanto pietosi tiranti d’edera, spontaneamente, cercano invano di mantenerlo in vita.

Fig. 2
Al contrario, minato per ben due volte perché rappresentava un pericolo per la pubblica incolumità, dopo il sisma del 1976 in Friuli, il campanile di Osoppo cadde, ma cadde intero.
Bizzarro, curioso, fortunato, unico il campanile di S. Spirito dei Chiusini a Piano D’Arta (fig. 3). A vederlo lo diresti pronto a cadere solo con un soffio; ma e lì …. Neanche i terremoti!

Fig. 3


Fu torre, campanile, minareto e di nuovo campanile, quello della Chiesa del Carmine a Marsala (fig. 4).

Fig. 4
Fu torre e poi, forse imposti, ebbe piantati sulla cima gli ulivi e due campane. E’ un giardino sospeso in aria la sommità della torre (fig. 5) affiancata alla Porta Consolare di Spello.

Fig. 5
 Ce n’è poi uno che fu solo disegnato, giace a terra inciso a punta di scalpello sulla pietra della pavimentazione, con linee diritte e curve, perfette e in cima una bandiera al vento. Il fusto è fuori e ancora attende. Documento di pietra, testimonianza certa del progetto. La Chiesa è S. Salvatore in Campi di Norcia.

In tutti questi esempi c’è qualcosa che richiama la storia del Campanile di S. Pietro (fig. 6).

giovedì 6 ottobre 2016

LA FAVOLA DI COLA PESCE

COLA PESCE E IL PONTE SULLO STRETTO

Gianni Cruciani


C’era una volta un Re. Era il Re di Messina. Tra i suoi sudditi ne aveva uno dotato di una particolare abilità. In pratica riusciva a perlustrare in lungo e in largo, e sopratutto a qualsiasi profondità il mare. Il suo nome era Cola Pesce.
Qualcuno di voi ricorda questa antica favola siciliana su Nicola Pesce? Io spero di sì. Comunque ne riassumo e di molto il fatto che gli capitò per esaudire le volontà del suo Re. 
Il Re assolutamente voleva sapere essenzialmente due cose:
- su cosa si reggeva la città di Messina?
- quanto era profondo il mare al di sotto del Faro?

Al primo quesito Cola Pesce risponde che Messina è edificata sopra uno scoglio e che lo scoglio è sostenuto da tre colonne di cui una è rotta e un’altra è incrinata. A questo punto il Re si sarebbe dovuto preoccupare poiché le sorti della città si basano sulla resistenza di una sola colonna.
Al secondo quesito Cola Pesce non può rispondere perché dopo tre tentativi di immersione non riesce, per motivi diversi, a raggiungere il fondo.

Il Re di Messina, non si capisce il motivo di questa sua curiosità, insiste fino al punto di ricattare il povero Cola Pesce buttando in mare la sua preziosissima corona ordinandogli di recuperarla tuffandosi dall’alto della torre del Faro. 
Cola Pesce si tuffa con delle lenticchie strette nel pugno di una mano. Aveva detto: se resterò vivo, verrò su io, altrimenti vedrete riemergere le lenticchie.
Una prima riflessione mi fa pensare che Cola Pesce avendo capito il fine recondito del Re aveva trovato un modo simbolico di rispondere. Facendo riemergere le lenticchie restituisce al Re la ricchezza dei poveri, ben più importante di quella corona piena di pietre preziose ormai in fondo al mare. E poi! Se il Re era veramente deciso a costruire un ponte sullo stretto, lui non voleva certo mettere a repentaglio il destino della Sicilia. Infatti Cola Pesce, ci crediate o no è ancora vivo, e responsabilmente continua a perlustrare gli scogli di Pachino, Peloro e Lilibeo.

Ci crediate o no, irresponsabilmente qualcuno pensa ancora al ponte. Ma anche questa è una favola.

Francesco E. K. Ventura
autore del divertente racconto in uno dei dialetti siciliani
"L'urtimu re d'Artapansa"